Appennino

    Montagna del Lazio

Montagna Appennino centrale: Montagne della Riserva della Duchessa, Montagne del Lazio, Parchi naturali Lazio, Riserve naturali Lazio , Aree naturali protette Lazio

 


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Montagne e Monti del Lazio: morfologia, pianure, montagna

MONTAGNE E PIANURE DEL LAZIO

    Come si è già accennato, nel Lazio l'opera della natura e quella dell'uomo, presente fino dal Paleolitico inferiore, attivo da età antichissime, si sono associate a determinare quella vastità di aspetti e di paesaggi che attira cosi profondamente la nostra attenzione: ma prima dell'uomo la natura, attraverso una serie quanto mai complessa, di avvenimenti geologici. Principali vicende geologiche. In un'opera come questa non occorre tuttavia risalire a periodi geologici molto lontani, anteriori all'era terziaria. Di fatto prima del Terziario, il mare copriva ancora la più gran parte del territorio dell'attuale Lazio. A nord emergevano piccole isole, per lo più allungate, sommità affioranti delle dorsali (« rughe » del corrugamento tettonico) che si venivano manifestando ed accentuando fin dal Paleogene ed ancor più nel Neogene. Tali il Soratte, costituito da calcari liassici e retici, e il gruppo dei Cornicolani, rappresentanti l'uno e gli altri le estreme propaggini occidentali delle montagne mesozoiche della Sabina (Cosce, Pizzuto, ecc.); più a sud rientra ormai nell'area del Lazio attuale la grande isola del Gennaro-Pellecchia, anch'essa di calcari giuresi, poi la più estesa dorsale dei Monti Simbruini, Cantari ed Érnici costituiti da pile potenti di calcari prevalentemente cretacei, nella parte media e superiore, giuresi e talora (Monti Érnici) neotriassici alla base. Oltre la profonda fossa nella quale ora scorre il Sacco, i Lepini con gli Ausoni e gli Aurunci, mostrano la stessa struttura.
    In queste montagne, che costituiscono quello che può dirsi il « Lazio calcareo », e delle quali parleremo estesamente più avanti in questo medesimo capitolo, la dirczione degli assi del rilievo è prevalentemente disposta da nordovest a sudest, cioè, quella prevalente di tutti i massicci dell'Appennino Centrale. Di un'altra serie di rilievi più occidentali non restano che due isolette, ai due estremi del Lazio, il Monte di Canino a nord, e il Circeo a sud; ad essi si può aggiungere il Soratte ed il gruppo dei Monti Cornicolani, sommità isolatamente emergenti dalla coltre clastica plioqua-ternaria a causa di spinte orogeniche locali più accentuate lungo gli assi delle strutture sepolte.
    Le isole di calcare preterziario, residui, come s'è visto, di antichi corrugamenti, furono collegate fra loro durante il neogene da fasce di terreni miocenici : marne e calcari marnosi, calcari biancastri compatti, ovvero arenarie grige e giallastre, argille ecc., depositi abbandonati da bracci marini o salmastri, protesi entro le depressioni interstrut-turali. Tali quelli che formano in parte i Monti Prenestini e i rilievi tra il medio Aniene e il medio Salto ; così anche fasce di terreni pliocenici — argille, sabbie o conglomerati — che, come più ampiamente è chiarito in seguito, si trovano ad esempio quasi ovunque alla base dei Monti Sabini e si estendono fino al solco ove ora scorre il Tevere.
    Ancora nel Pliocene la fisionomia di quello che poi sarà il Lazio non era definita neppure nei suoi lineamenti principali, come appare dalla cartina a pag. 67. Non esisteva neppure il Tevere: si presume che un corso d'acqua allora sboccasse nel Tirreno pliocenico all'incirca dirimpetto all'isola del Monte di Cetona. Nera, Velino, Salto, Turano, Aniene erano fiumi indipendenti sfocianti direttamente molto più a sud in quel mare ; e tracce presunte dell'antico delta dell'Amene si riscontrano alle falde dei rilievi di Tivoli.
    I lineamenti del Lazio odierno sono dovuti perciò a fatti geologicamente recentissimi. Un sollevamento di ineguale entità ha portato i depositi del Pliocene marino fino a 500-700 m. di altezza (per es. presso Rocca Sinibalda in Sabina). Grandi bacini lacustri si sono formati nelle sinclinali fra le diverse catene appenniniche ; i residui più notevoli nel territorio laziale odierno sono le conche di Rieti e di Leonessa, colmate oggi in gran parte da sedimenti lacustri con banchi di lignite o fluvio-lacustri e da travertini. Ma il fenomeno più importante è dato da poderose manifestazioni del vulcanismo. Preceduto da eruzioni risalenti ancora al Miocene e al Pliocene, che hanno dato origine ai gruppi dei Ceriti e dei Monti della Tolfa (vulcani trachitici, che appaiono come isole nella carta a pag. 67 e che sono oggi profondamente smantellati), il vulcanismo quaternario ha prodotto nel territorio laziale, al margine del Tirreno, ben quattro sistemi eruttivi : il Vulcano Vulsinio — al cui centro è oggi il Lago di Bolsena — il Vulcano Cimino o di Vico, il Vulcano Sabatino o di Bracciano, tutti sulla destra del Tevere; ed il Vulcano Laziale sulla sinistra. Altri centri di manifestazioni effusive si ebbero ancora nella regione Ernica e nelle Isole Ponziane.
    I prodotti di alcuni di questi vulcani raggiunsero il mare, ma per lo più invasero bacini salmastri e palustri; l'attività perdurò fino a tempi relativamente recenti (fine del pleistocene) mentre si formavano nuove spiagge ; depositi limnici e salmastri si trovano in più luoghi sotto le coltri piroclastiche e gli espandimenti lavici, ovvero anche alternati ad essi.
    Sbarrato dai materiali piroclastici eruttati ed espansi per ampio raggio intorno a questi rilievi vulcanici, il Tevere non potè più sfociare direttamente in mare e si aprì la via in un solco fra le alture mio-plioceniche della Sabina e i vulcani: in questo solco si unì ad esso il Nera col Velino. Il fiume trovò foce in un golfo ancora persistente tra il Vulcano Sabatino e quello Laziale ; in questo golfo immetteva anche, nel Quaternario medio, con foce indipendente l'Aniene. Le acque scendenti dai versanti occidentali dei rilievi vulcanici vennero a sboccare anch'esse con fiumi indipendenti di breve corso, nel Tirreno.
    Gli apparati vulcanici a nord sono estinti da tempo, quelli a sud del Tevere sono estinti da non lontane età preistoriche ; da attribuirsi in parte a modestissimi residui dell'attività endogena sono ancora, come accenneremo più avanti, alcune manifestazioni idrotermali. Delle eruzioni del Vulcano Laziale fu testimone anche l'uomo, ma non certo in tempi storici, come è stato talvolta asserito, bensì nel Paleolitico superiore (Aurignaciano), ossia fra i 29.000 ed i 25.000 anni fa (secondo recenti datazioni assolute col C 14).
    « Un lieve rialzo tra i Prenestini, calcarei, e il Vulcano Laziale restò come divisoria fra il bacino del Tevere e quello del Sacco-Liri. Si delineò pertanto uno dei tratti più salienti e caratteristici del Lazio, quale risulta anche dal semplice esame di una carta: la presenza cioè di un solco diretto all'incirca da nordovest a sudest segnato dal Tevere da Orte fino alle porte di Roma e dal Sacco-Liri.
    Anche la storia del Quaternario recente è molto complicata : ne fanno fede i siti di spiaggia, che mostrano le tracce evidenti di spostamenti in vario senso e d entità dovuti al fenomeno dell'eustatismo ed i terrazzi lungo la valle del Tevere anzi lo studio del Quaternario laziale rivela vicende molto complesse ancora in tempi nei quali l'uomo già popolava i margini delle pianure e le pendici dei monti, ed in successivi ancora relativamente vicini all'età protostorica. Un grande golfo esistente a sud del Vulcano Laziale, alla base dei Lepini, fu trasformato in laguna da cordoni e litoranei, successivamente da depositi eolici (dune) e lentamente, imperfettamente colmato : è la zona delle Paludi Pontine ora bonificata, della quale numerose trivellazioni nonché i tagli per l'escavazione dei canali di bonifica in più parti eseguiti rivelano la storia. Anche altri bacini lacustri furono a poco a poco colmati. Nell'area ancora nel Quaternario medio sboccava in mare il Tevere, rimase pure a lungo una depressione colmata poi da vasti depositi travertinosi : l'Aniene divenne allora anch'esso un tributario del Tevere. Il delta di questo fiume, sempre più proteso in mare anche in tempi molto recenti,sui notevoli trasformazioni, cui contribuì da ultimo l'opera dell'uomo a seguito dell'intenso diboscamento, operato su tutto il territorio.
    Il glacialismo quaternario ha lasciato scarsissime tracce nelle montagne del Lazio. Nel modellamento ha avuto importanza maggiore il carsismo, come è facile constatare mercé la visione di fenomeni, talora anche grandiosi.


Tratto da:

LE REGIONI D'ITALIA

Collezione fondata da
ROBERTO ALMAGIA'

diretta da
ELIO MIGLIORINI

VOLUME UNDICIESIMO - LAZIO -1976

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Ulteriori informazioni sulla Montagna:

Formazione della montagna (Alpi ed Appennini).